La subscription fatigue: perché stiamo iniziando a odiare gli abbonamenti
Perché il modello che doveva darci libertà ci ha resi prigionieri degli addebiti ricorrenti
[Video Youtube] Il mio 2025 da Fractional CTO
Ho messo a nudo tutto il mio 2025 da Fractional CTO. I numeri del business, i contenuti, i clienti persi per colpa mia, e la nascita di mia figlia che ha cambiato tutto.
👋 Ciao, sono Chri. Fractional CTO e questa è Senza Filtri: la newsletter dove condivido il dietro le quinte del mio viaggio da imprenditore (esperienze, cosa ho imparato e tanti errori) alternando a qualche deep dive sui business che mi incuriosiscono.
Quando ero piccolo esisteva una rivista chiamata “Giochi per il mio computer.”
Assieme ad essa, dentro potevi trovare un CD con le demo dei giochi da provare, di solito erano cinque o sei e una volta che li avevi provati potevi decidere se comprarne uno. Ci pensavi bene, perché se ti sbagliavi erano ben cinquantamila lire buttate, mica poche.
Oppure c’erano i totem al supermercato, quei cosi con delle cuffie attaccate dove potevi ascoltare I CD prima di comprarli.
Poi te ne stavi lì in piedi, con delle cuffie che avevano usato almeno altre duecento persone prima di te (igienico… ‘na merda…) e ascoltavi tre o quattro tracce per capire se valesse la pena proseguire con l’acquisto.
Quel modello ti poneva di fronte a una conseguenza importante: dato che dovevi spendere una grossa cifra in un colpo solo, prima di comprare ci pensavi prima (bene). Valutavi, leggevi qualche recensione sulla rivista, magari chiedevi anche all’amico che l’aveva già comprato.
Ogni decisione di spesa diventava consapevole e non ti concedevi lo sbaglio perché altrimenti avresti perso i soldi.
Inoltre, non meno importante, ciò che compravi diventava effettivamente tuo: il CD era tuo, il gioco era tuo, e persino roba come Photoshop che costava un botto (se lo acquistavi) diventava tuo per sempre.
Non era meglio e non voglio fare il nostalgico rompicoglioni, però era diverso e quella diversità aveva delle conseguenze sul modo in cui ragionavamo prima di comprare qualcosa.
Come siamo finiti a noleggiare tutto
Il passaggio è stato graduale e all’inizio sembrava una cosa fantastica.
In realtà c’è stata una fase intermedia che nessuno racconta mai: la pirateria. Prima di Spotify, prima di Netflix, c’è stato Napster. E poi eMule, i Torrent, Megaupload (ve lo raccontavo in questa newsletter)
Per una generazione intera, il passaggio dal “compro il CD” al “pago l’abbonamento” è passato attraverso il “scarico tutto gratis”. E onestamente, la pirateria ha dimostrato una cosa fondamentale: le persone non vogliono rubare, vogliono accesso facile. Quando Spotify è arrivato e ha offerto un’alternativa comoda e legale a 9.99 al mese, milioni di persone hanno smesso di scaricare e hanno iniziato a pagare. Lo stesso con Netflix per i film.
La promessa è bellissima: paghi poco, hai accesso a tutto e hai sempre l’ultima versione.
Per un po’ ha funzionato davvero. Non dovevi più scegliere quale album comprare perché potevi ascoltarli tutti. Non dovevi più scegliere quale film noleggiare perché li avevi tutti. Adobe Creative Cloud ha tolto la barriera dei 2.000 euro per Photoshop e l’ha sostituita con 60 euro al mese. Era un upgrade enorme rispetto a prima e non lo nego.
Il problema è che quel modello ha funzionato così bene che tutti hanno voluto copiarlo. E quando dico tutti, intendo proprio tutti. Software, musica, film, serie TV, giornali, app di meditazione persino l’app della bibbia. Raga, ci sono app per il meteo in abbonamento. BMW ha provato a vendere il riscaldamento dei sedili in abbonamento. I sedili riscaldati della tua auto, in subscription. Ci rendiamo conto?
Se ci pensi è ironico: siamo passati dalla pirateria agli abbonamenti perché volevamo accedere in modo comodo ai contenuti, ma adesso stiamo iniziando a odiare gli abbonamenti (o almeno, io sono tra questi) perché sono diventati un modo “comodo” per svuotarci il conto.
E quindi, alla fine, qualcosa si è rotto.
La tassa silenziosa
La situazione è bella infame perché spendi di più su importi più piccoli e non sfrutti tutto.
Nessun singolo abbonamento sembra caro. “Sono solo 9.99”, “sono solo 12.99”, “sono solo 24.99”. Presi singolarmente sono cifre ridicole. Sommati a fine mese diventano centinaia di euro che escono dal conto senza che tu ci abbia pensato neanche un secondo.
E poi c’è il free trial. Quel meccanismo geniale per cui ti iscrivi per provare, ti dimentichi di cancellare, e dopo 14 giorni ti ritrovi un addebito. Di chi è la colpa? Di entrambi. Del sistema, che è progettato apposta per sfruttare la tua inerzia e tua, perché lo sapevi e l’hai fatto lo stesso. Io per primo dimentico di cancellare i free trial, non sono immune a sta roba, eh.
C’è anche il vincolo annuale: paghi l’abbonamento annuale perché costa meno del mensile, ma poi sei bloccato per un anno anche se dopo due mesi ti rendi conto che non lo usi. I tuoi dati sono dentro quella piattaforma, le tue abitudini sono costruite attorno a quel tool, e migrare è una rottura pazzesca.
E il costo non è neanche solo economico. C’è tutta la parte mentale: gestire quindici abbonamenti, ricordarsi le scadenze, valutare se rinnovare o no, tenere traccia di quale carta è collegata a cosa. È lavoro che non produce niente, energia che sprechi per gestire roba che dovrebbe semplificarti la vita e invece te la complica.
Il paradosso della scelta
C’è un effetto collaterale della subscription economy di cui si parla poco: quando tutto costa poco al mese, provi tutto. E quando provi tutto, non impari a usare bene niente.
Lo vedo su di me. L’anno scorso per il mio business avevo abbonamenti per: Anthropic, OpenAI, Google, Mistral, Perplexity e Grok. Sei abbonamenti AI. Saltavo da uno all’altro, provavo il modello nuovo, tornavo al vecchio, poi ne usciva un altro e ricominciavo il giro. Una giostra infinita che mi dava l’illusione di essere aggiornato quando in realtà stavo solo spendendo soldi.
Quest’anno ho fatto una spending review serie e il risultato è stato questo: alla fine avevo bisogno solo di Anthropic e Google, due abbonamenti soltanto. Ho scalato da sei a due. Non male, no? La cosa sorprendente però è che lavoro anche meglio perché conosco questi strumenti in profondità, so dove funzionano e come, ho costruito dei workflow solidi invece di rincorrere la novità dell’ultima settimana. Avere meno scelta mi ha reso più efficace, senza “distrazioni”, perché il modello subscription ti spinge nella direzione opposta: prova tutto, paga poco per ognuno, ma non impegnarti e non approfondire niente.
Che poi, se ci pensi, è la stessa dinamica delle app di dating… ma questa è un’altra newsletter.
La promessa tradita
E qui arriviamo al punto che mi fa più incazzare, perché le aziende che hanno creato il modello subscription lo sanno benissimo che funziona così. Ci contano.
La promessa iniziale era: paghi meno, hai sempre l’ultimo aggiornamento, sei più libero di prima. Facciamo il punto su come è andata.
I prezzi salgono. Netflix è partito a 7.99, adesso per il piano senza pubblicità siamo quasi al doppio. E sì, se non paghi di più ti mettono la pubblicità dentro un servizio che stai già pagando. Spotify aumenta, Adobe aumenta, tutti aumentano. E tu paghi, perché ormai sei dentro e uscire costa più che restare.
Le feature peggiorano o finiscono dietro paywall. Roba che prima era inclusa adesso diventa un add-on. È come se il tuo padrone di casa a un certo punto ti facesse pagare un extra per usare il balcone. Lo stesso balcone che c’era già quando hai firmato il contratto.
Ti faccio un esempio concreto con Notion. Che io uso e pago volentieri, sia chiaro. Ma a un certo punto hanno introdotto l’AI dentro al prodotto, una feature che nessuno aveva chiesto, e l’hanno messa come add-on a 10 dollari al mese per persona. Se hai un team di dieci persone sono 100 dollari in più al mese per qualcosa che prima non esisteva e che probabilmente non userai mai a pieno regime. È il classico meccanismo: ti aggiungo qualcosa, te lo faccio provare gratis per un mese, poi vediamo se te ne accorgi quando inizia a costarti.
E la libertà? Quella è la parte più grossa della promessa tradita. Sei meno libero di prima. Quando compravi Photoshop in scatola, Adobe poteva anche fallire il giorno dopo e tu continuavi a usare il software. Oggi se Adobe decide di cambiare i termini del servizio, tu non hai alternative. I tuoi file, i tuoi progetti, le tue abitudini di lavoro sono tutti dentro il loro ecosistema. Non possiedi più niente di quello che usi tutti i giorni, e la cosa che mi fa impazzire è che ci siamo arrivati un passo alla volta senza quasi accorgercene.
Quando il pricing diventa una decisione di prodotto
Questa spending review che ho fatto sui miei tool AI mi ha costretto a ragionare su una cosa che vedo anche nel mio lavoro con le startup.
Qualche mese fa un founder mi ha chiesto consiglio sul pricing del suo prodotto. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Facciamo un abbonamento mensile, come fanno tutti.” Gli ho chiesto perché. Mi ha guardato come se la risposta fosse ovvia: “perché è il modello standard.”
Abbiamo ragionato insieme e alla fine ha scelto un modello diverso: una versione gratuita con le feature base e un upgrade one-time per le feature avanzate. Niente abbonamento, niente rinnovo, niente “sono solo X euro al mese”. I primi numeri gli stanno dando ragione, perché i suoi utenti avevano già troppi abbonamenti e un acquisto singolo era una barriera psicologica molto più bassa.
Il punto è che il mercato è cambiato. I potenziali clienti di quel founder hanno già 30 abbonamenti e la loro soglia di tolleranza per aggiungerne un altro è molto più bassa di qualche anno fa. Il subscription model non è sbagliato in sé, ma non è l’unica opzione e non è automaticamente la migliore. La domanda “perché un abbonamento e non un’altra forma?” andrebbe fatta sempre, e quasi nessuno se la fa.
Dall’altro lato c’è il tema del make vs buy, di cui ho parlato nella newsletter su come ho risparmiato 788 euro l’anno costruendomi i tool con l’AI. Saper valutare cosa comprare, cosa costruire internamente e cosa eliminare del tutto è una competenza che quasi nessuno sviluppa. Io stesso ci ho messo anni a costruirmela, e ancora adesso a volte sbaglio. L’anno scorso ho tenuto un abbonamento per mesi convinto che “prima o poi mi sarebbe servito” (e non mi è mai servito). È che cancellare qualcosa ti dà l’ansia di perdertelo, anche quando non lo usi. È lo stesso meccanismo per cui tieni vestiti nell’armadio che non metti da tre anni “perché non si sa mai”.
La maggior parte delle persone e delle aziende non fa mai questo esercizio. Rinnovano tutto in automatico perché “si è sempre fatto così” o perché “sono solo 10 euro al mese”. Moltiplicato per 20 tool fanno 200 euro al mese che forse non servono a niente.
Uscire dalla trappola
E qui ti sembrerà che io stia dicendo che gli abbonamenti sono il male: ma non è questo il punto, anche perché alcuni hanno senso e li pago pure voilentieri. Per esempio YouTube Premium per me vale ogni centesimo, lo uso ogni giorno, idem Notion. Non tutto va eliminato, e non tutto va costruito da zero.
Ma non è per forza giusto che tutto sia in abbonamento. Ci siamo abituati a questo modello come se fosse l’unica possibilità e non lo è. Ci sono segnali di inversione: alcuni developer stanno tornando al one-time purchase per i loro tool, il freemium intelligente sta guadagnando terreno, e i consumatori stanno iniziando a cancellare abbonamenti che davano per scontati da anni.
Io ho iniziato a fare una cosa semplice: una volta ogni sei mesi apro il conto, guardo tutti gli addebiti ricorrenti e mi chiedo per ognuno se mi serve davvero. La mia spending review. Non è che sia un esercizio piacevole, tra l’altro. Ti ritrovi davanti a cose che paghi da un anno e che non apri da mesi. Ti senti pure un po’ scemo, però funziona.
Quando compravi il CD al supermercato dopo averlo ascoltato al totem con le cuffie, ci pensavi prima di spendere quei soldi. Quella attenzione non è sparita, è solo sepolta sotto una montagna di “sono solo 9.99 al mese”.
Quanti abbonamenti stai pagando adesso che non ricordi nemmeno di avere?
Rispondi a questa mail, sono curioso di sapere com’è messa la tua lista.
Ci vediamo alla prossima newsletter.
Senza filtri,
Chri
P.S. Costruiamo insieme Senza Filtri
Ho creato un breve sondaggio anonimo per capire come migliorare la newsletter ed esserti più utile. Se ti va di rispondere a qualche domanda clicca qui (meno del tempo di prendere un caffè). Grazie mille.



