Ding 🔔
Guardo il telefono e ho ricevuto una notifica.
È un SMS, il solito truffaldino che si finge NEXI (devo dire che il dubbio me lo mettono sempre).
Chiudo e torno a farmi gli affari miei.
Ding 🔔
SMS da amazon: il tuo pacco sta arrivando!
Contento della notizia, mi ritrovo con il telefono in mano e l’app dei messaggi aperta e noto una cosa.
Anzi, lo chiedo a te: se adesso aprissi l’app dei messaggi, cosa troveresti?
Hai per caso trovato SMS mandati a o da persone? Io no.
Eppure c’è stato un periodo (anche lungo direi) in cui ne scrivevo diversi. Mi ricordo ancora con il mio 3210 quando con i pollici su una tastiera numerica mi vantavo di scrivere come una scheggia grazie al T9.
Bei tempi, vero?
Al pensiero di quei momenti non può che scattarmi la curiosità: ma come funzionano gli SMS? E il T9? Perché avevamo un numero limitato di caratteri?
Direi di scopriamolo insieme. Vamos!
160 caratteri
Nel 1985 nessuno aveva ancora il cellulare, ma un gruppo di ingegneri in Europa stava disegnando lo standard GSM. Quello che poi è diventato il “telefonino” per tutti noi.
Ps: (se la parte tecnica non ti interessa, i “tvb” e gli “xké” arrivano tra qualche paragrafo).
Uno di loro, Friedhelm Hillebrand, che chiameremo lo zio Fried da ora in avanti perché il cognome l’ho già sbagliato tre volte, una sera davanti la macchina da scrivere iniziò a battere frasi a caso per contare i caratteri usati. Non chiediamoci perché, questa è la storia che racconta lui e io te la riporto così com’è.
Si rese conto che quasi tutte stavano sotto i 160 caratteri e, facendo un double check con gli altri sistemi del momento, (che si tenevano più o meno sui 150), si convince che 160 potessero bastare.
Capito che scienza che c’è dietro?
No vabbè, non è solo questo. C’è anche un vincolo tecnico che ora ti spiego.
Nel GSM la voce viaggia su un canale suo, mentre tutte le cose che la rete e il telefono devono dirsi tra loro (sta arrivando una chiamata, sei passato sotto un’altra antenna, e così via) viaggiano su un canale a parte, molto più stretto, che si chiama canale di segnalazione. Gli SMS sono nati come passeggeri clandestini di quel canale: nessuno voleva costruire una rete apposta per i messaggini, quindi li hanno infilati negli spazi vuoti tra un segnale e l’altro, e lo spazio vuoto era di 140 byte, non uno di più.
Ora, 140 byte sono 1.120 bit, e con un alfabeto normale da 8 bit per lettera ci stanno 140 caratteri. Gli ingegneri però hanno fatto la furbata definendo un alfabeto ridotto da 7 bit, con 128 simboli in tutto: lettere, numeri e poca altra roba, vocali accentate comprese (per fortuna nostra). 1.120 diviso 7 fa esattamente 160. Ecco da dove viene il numero.
Qui ti metto un’immagine che rende l’idea di come il messaggio si infila nel canale:
Sta roba qui poi si portava dietro una limitazione al quale ci siamo imbattuti tutti. Quando provavi a mettere un carattere che non era presente in quei 128 simboli (un’emoji, o una lettera di un alfabeto che non è il tuo), il telefono era costretto a passare a un alfabeto da 16 bit per lettera, e 1.120 diviso 16 fa 70. Quindi quell’emoji ammiccante che mandavi per fare colpo faceva passare il massimo dei caratteri da 160 a 70 e veniva spezzato in due e finivi a pagare due messaggi.
Direi che lo spiegone sul 160 è finito e adesso sai perché il messaggio con l’emoji ti costava il doppio.
Andiamo avanti.
Il T9 non era magia nera
Prima del T9 scrivere un SMS era sbatta fotonica, dai. O no? Per fare una S dovevi premere 4 volte. QUATTRO.
A volte, per non scrivere “no” e battere 6 volte dovendo aspettare, non rispondevo proprio.
“Ciao” erano dieci pressioni. E la gente scriveva messaggi interi così, sotto il banco e al buio.
Poi nel 1999 arriva la santa Nokia che ci tira fuori il 3210 (e il 7110, per i pignoli) che rappresenta una vera svolta perché è il primo telefono ad avere il T9 (Text on 9 keys).
A dire la verità il merito va condiviso con Tegic (Seattle), che lo inventò. Anche se la cosa divertente è che loro lo inventarono per persone con disabilità motorie, gente che poteva usare pochi tasti o solo lo sguardo e quindi aveva la necessità di scrivere parole intere con il minor numero di scelte possibile.
Sì ok, ma quindi come funziona sto T9?
Con il T9 premi un tasto solo per ogni lettera. Per scrivere “ciao” premi 2, 4, 2, 6 e basta, quattro pressioni invece di dieci (i Gen Z non avrebbero mai scritto sms senza T9).
Il telefono però non sa quale delle tre lettere del tasto 2 volevi, quindi quello che vede lui è solo una sequenza di numeri: 2426. A quel punto prende un dizionario che ha in memoria (compresso di brutto, perché di spazio ce n’era poco e niente) e cerca tutte le parole della lingua che, tradotte in numeri, fanno 2426. Ne trova una, “ciao”, e te la mette lì.
Il trucco sta nel fatto che le combinazioni possibili di quattro tasti sono tantissime, ma le parole vere che ci stanno dietro sono pochissime, e quindi quasi ogni sequenza di numeri corrisponde a una parola sola. Quando ne corrispondono due, il T9 ti propone prima quella più usata, basandosi sulla frequenza e tu con l’asterisco passavi alla successiva (qui mamme e zie le aiutavi sempre per ‘sta cosa).
Infatti, in italiano “casa” si scrive 2272, ma 2272 è anche “cara” e sopratutto anche “bara”.
Quindi “ci vediamo a casa” poteva uscire “ci vediamo a bara” se non stavi attento.
“Ti” è 84, come “vi”. E “amo” è 266, esattamente come indovina un po’? “ano”.
Lascio a te comporre la frase e immaginare il messaggio arrivato alla ragazza con cui ci stavi provando (eh sì… capita.)
Comunque il T9 era geniale perché “imparava” dal tuo dizionario e le parole che usavi di più salivano in cima e ti venivano riproposte più facilmente.
Non so se hai capito bene, ma era un sistema di predizione del testo con un modello di linguaggio minuscolo, che girava su un telefono del 1999 con una batteria che durava una settimana. Ti suona familiare?
Cmq, nn, xké
Insieme al limite tecnico ci si mise anche quello economico, perché ad una certa gli SMS iniziarono a costare anche 15 centesimi l’uno (all’operatore ne costavano uno, ma vabbè).
E cosa succede quando a milioni di ragazzini dai un limite così? Si inventano una lingua.
“Cmq”, “nn”, “xké”, “ke”, “tvb”, “tvtb”, il 6 al posto di “sei” (“dv 6?”), il + al posto di “più”. Era pura ottimizzazione, altro che pigrizia. “Per” con il multi-tap erano sei pressioni e la x erano due. “Perché” scritto bene erano sei caratteri su 160, “xké” tre.
Quel vincolo rimase anche negli anni, ti ricordi Twitter?
Twitter nasce come servizio via SMS: i tweet li scrivevi mandando un messaggio a un numero breve e li ricevevi come SMS. Per farli entrare in un messaggio da 160 caratteri servivano una ventina di caratteri per il nome utente, e quello che avanzava era 140. Il famoso limite dei 140 caratteri, quindi, è semplicemente quello che restava di un canale di segnalazione del GSM tolto lo spazio per lo username.
E su quei 140 caratteri ci abbiamo costruito dieci anni di internet: la notizia in una riga e l’idea che un pensiero, per essere buono, debba stare in una frase. Twitter ha alzato il limite a 280 solo a novembre del 2017 e, va detto, a quel punto nessuno sapeva più cosa farsene dello spazio in più.
Assurdo come lo zio Fried con una macchina da scrivere nel 1985 decise quanto doveva essere lunga una notizia trent’anni dopo.
Gli SMS hanno cambiato mestiere
Prima portavano i “dv 6?” della persona che ti piaceva mentre adesso ti avvisano che il pacco sta arrivando.
E a dire la verità gli SMS hanno ancora un bel vantaggio se ci pensiamo, perché per riceverli non deve installare niente o avere la connessione dati attiva. Serve (solo) la rete telefonica ovviamente, ma al corriere non interessa quale app usi per parlare con tua mamma (giusto?).
Ecco, secondo me sta cosa ce la dimentichiamo spesso quando scegliamo una tecnologia. Partiamo già innamorati di qualcosa che abbiamo visto usare agli altri e poi cerchiamo di infilarlo nel progetto. È nuovo, ne parlano tutti, vuoi non provarlo?
Poi però qualcuno quel prodotto lo deve usare. Magari ha un telefono vecchio, internet gli va e viene perché vive in mezzo ai boschi o semplicemente, davanti all’ennesima app da scaricare, lascia perdere. E lì di quanto fosse figa la tecnologia che abbiamo scelto gli interessa abbastanza poco.
Se devo mandarti le foto delle vacanze, scelgo uno strumento. Se devo avvisarti che tra dieci minuti sono sotto casa tua con un pacco, le cose da considerare cambiano. Il telefono che hai, la connessione, quello che posso aspettarmi che tu abbia già installato. L’affidabilità la devo valutare dentro quel contesto.
Quindi prima di scegliere mi sa che conviene fermarsi e chiedersi: a chi deve servire questa cosa? Dove la userà? Cosa succede quando qualcosa va storto?
Magari alla fine scegliamo comunque la tecnologia appena uscita. Però almeno sappiamo perché. E magari scopriamo che per quel pezzo di lavoro ci basta ancora un SMS.
Il codice di sei cifre
Ding 🔔
OTP dalla Banca.
Sei cifre che passano ancora da quel canale di segnalazione del 1985, con il suo alfabeto da 7 bit. È lì come trent’anni fa, e non ci fai nemmeno caso, lo copi e lo cancelli.
Il mio Nokia, ovunque sia finito, probabilmente si accende pure (quella batteria lì era di un altro pianeta) e dentro ci sarà ancora qualche “dv 6?” che non ho mai cancellato.
E forse anche un 84 266 sperando per me che il T9 avesse scelto le parole giuste.
Ci vediamo alla prossima newsletter.
Senza filtri,
Chri





