L’altro giorno ero nella mia vecchia cameretta con mia figlia e come è solita fare, ha iniziato a tirare fuori cose dai cassetti.
Tra le tantissime cose ha tirato fuori un raccoglitore di CD. Probabilmente l’avrai avuto/visto anche tu, rosso e nero con al centro il logo di Coca Cola e MTV.
Rivedendolo mi son venuti in mente tutti i ricordi di quando me lo portavo in giro insieme al lettore. Di come ogni tot masterizzavo playlist di canzoni da ascoltare sdraiato sui sedili posteriori della Renault Scenic durante i lunghi viaggi per andare al mare in Puglia.
Riaprendolo ho trovato dentro ancora qualche CD con la mia grafia scritta con il pennarello nero.
Ho fatto una cosa istintiva: mi sono guardato intorno per capire dove infilarne uno.
Il Mac no.
Il PC fisso l’ho montato senza lettore (manco ci ho pensato).
In macchina ho pensato, ma anche lì non ho il lettore.
Ero abbastanza attento a non rovinarli, quindi sono certo che si possano ancora usare.
Sono io che non ho più niente per leggerlo.
E mentre lo giravo tra le mani mi è tornata in mente la notizia di luglio.
Il 1° luglio Sony ha annunciato che da gennaio 2028 non produrrà più dischi per i nuovi giochi PlayStation. Tutto digitale. La motivazione ufficiale: “una direzione naturale per adattarsi alle tendenze dei consumatori”. Contemporaneamente ha annunciato la chiusura degli store PS3 e PS Vita nel 2027. E dal 1° settembre, in Europa e UK, ha rimosso dalle librerie degli utenti 551 film StudioCanal. Comprati. Pagati. Spariti. Senza rimborso.
E mentre ricordavo tutto questo con quel CD in mano ho capito una cosa: ogni tecnologia muore due volte.
La prima, muore perché smette di avere senso o le persone smettono di comprarla.
La seconda, muore perché spariscono i lettori.
E in mezzo tra le due morti c’è il pensiero, quello con il quale pensi di essere tranquillo: “tanto ce l’ho, è mio, quando mi serve lo apro”.
Perché ti sto raccontando questa cosa? Perché questo argomento ha stimolato in me diverse domande e generato similitudini con quello che sono le decisioni che prendo nel mondo del lavoro.
La prima domanda è ma...
Come funziona un CD?
Ti sto per introdurre una parte un bel po’ tecnica, ti prometto che cercherò di non fare eccessivamente il nerd (e sappi che questa roba ti aiuterà a comprendere tutto alla fine).
Partiamo subito da un presupposto: il CD è una spirale. Una sola, lunghissima traccia che parte dal centro e va verso l’esterno. Se la srotolassi sarebbe lunga circa cinque chilometri, ed è larga un micron e mezzo: ci passerebbe a fatica addirittura un batterio.
Lungo questa spirale ci sono delle fossette, chiamate pit, e delle zone piane, chiamate land. Il laser infrarosso legge il disco da sotto: quando colpisce una zona piana la luce torna indietro forte, quando colpisce il bordo di una fossetta la luce si annulla in parte per interferenza e torna debole.
C’è un terzo elemento, che è il bit. Il bit è il bordo. È la transizione tra pit e land che codifica l’informazione. In pratica il CD legge un codice scritto nelle ombre.
C’era anche il CD-R
Ho masterizzato parecchio nella mia vita ed ero convinto di star stampando sulla superficie del CD, ma non era così perché un CD-R vergine (o vuoto, come lo intendevo io), è completamente liscio. Al posto delle fossette c’è uno strato di colorante organico, canina, ftalocianina o azo (ti ricordi che c’erano dei dischi blu, dorati e blu scuri?), sopra uno strato riflettende d’argento o oro.
Il laser del masterizzatore a quel punto lavora bruciando i punti nel colorante decomponendoli chimicamente e, dunque, i punti smettono di riflettere e si comportano come delle fossette.
Beh, adesso sai perché il CD-R si scrive una volta sola: distruggendo chimicamente il colorante, non si può più tornare indietro. Equivale a una vera e propria incisione ed è al 100% irreversibile essendo fisica.
Il CD-RW invece usava una lega metallica a cambiamento di fase: il laser la faceva passare da cristallina (riflettente) ad amorfa (opaca) e viceversa, centinaia di volte rendendolo riscrivibile, ma meno stabile nel tempo.
Il compromesso era esattamente quello: o dura o si cancella.
E perché un disco graffiato funzionava lo stesso?
Sai cos’è il CIRC? Si tratta di un sistema di correzione degli errori, in sostanza il lettore può ricostruire fino a circa 2,4 millimetri di traccia completamente illeggibile, mascherando così i buchi fino a 8 millimetri interpolando.
Ecco perché i graffi (specialmente radiali, ovvero dal centro verso l’esterno), non fanno quasi niente: tagliano per una frazione di secondo le tracce, senza danneggiarle realmente. Invece un graffio lungo la traccia era molto più pericoloso perché diventava una sorta di buco continuo nella stessa spirale.
Quando Sony e Philips hanno progettato lo standard, nel lontano 1980, lo hanno fatto per farlo sopravvivere a noi e ai nostri usi quotidiani.
Pazzesco pensare a quanta ingegneria ci fosse in un oggetto simile, vero??
Non hanno messo la stessa attenzione sui masterizzatori
Sapete qual era il bug in questo sistema? Il masterizzatore.
Una macchina fragilissima e progettata male.
Ti spiego come funzionava (e funziona, per chi ce l’ha ancora): il dato doveva arrivare al laser in un flusso continua e se si interrompeva anche solo per un’istante, il disco era da buttare (buffer underrun). Chi ha provato sa cosa intendo, se aprivi un programma mentre masterizzavi c’era il rischio di ritrovarti con un sottobicchiere al posto dell’ultimo album dei Blink 182.
Nel 2000 Sanyo inventià il BURN-Proof, un sistema che permetteva al laser di fermarsi e riprendere, migliorando effettivamente la possibilità di masterizzare con successo. Ma fino a quel momento, va detto, masterizzare era un puro atto di fede.
Qui notiamo l’asimmetria: il disco era stato progettato per durare nel tempo, mentre il lettore era stato progettato per durare poco e niente.
Tutto lo sforzo ingegneristico era finito nel supporto e non nell’accesso.
La prima morte
Nel 1989 il primo masterizzatore costava 30.000 dollari. Nel 1995 HP ne mise sul mercato uno a 995 dollari, e i dischi vergini costavano 12-16 dollari l’uno. Nel 2002 un disco vergine costava 25 centesimi, a volte zero dopo il rimborso. Nel 2005 il masterizzatore costava meno di 50 dollari ed era dentro qualsiasi PC di default.
In dieci anni il masterizzatore era passato da strumento professionale a oggetto di massa, e in quegli stessi anni ormai chiunque masterizzava.
Nel 2005 ogni PC ne era dotato e io ricordo come in quel periodo fosse al suo vertice, nonostante cinque anni prima i CD avessero già toccato il loro picco e in quel momento stessero già scendendo.
Tuttavia, questo era un declino che non dava nell’occhio, perché quando tutti hanno qualcosa sembra impossibile che “la moda” stia finendo, giusto?
L’arrivo dell’MP3
Un CD audio è a 1.411 kbps senza perdita (lossless se conosci) mentre un MP3 scaricato da Napster (o WinMX) era a 128 kbps, circa un undicesimo dei dati. Una canzone da quattro minuti pesava 3 megabyte e mezzo e la scaricavi in dieci minuti abbondanti con il 56k, in uno o due con la prima ADSL.
Il CD era oggettivamente migliore di quello che l’ha sostituito e non c’è mai stata una gara di qualità.
Sono cambiate tre cose che il CD non controllava, e nessuna delle tre aveva a che fare con il disco.
Internet “veloce”. Negli Stati Uniti la banda larga in casa passa dal 30% delle persone nel 2005 al 63% nel 2009. In quattro anni trasferire un album smette di essere un problema.
Il costo dello storage. Un gigabyte su hard disk costava 850 dollari nel 1995, 6,90 nel 2000, 52 centesimi nel 2005. Nel 2000 arrivano le prime chiavette USB (8 megabyte, la prima IBM). Con questo il valore fondamentale del CD-R cioè “spazio portatile a basso costo”, è “svampato senio” cit.
E mentre succedeva tutto questo, è cambiato chi incassava sulla distribuzione. Napster nel giugno 1999, iPod nell’ottobre 2001, iTunes Store nell’aprile 2003, Spotify nell’ottobre 2008. Il pezzo singolo al posto dell’album, il file al posto dell’oggetto, l’abbonamento al posto dell’acquisto.
Per darti sempre dei numeri, nel 2000 negli Stati Uniti si spedivano 942 milioni di CD. Nel 2024, 33 milioni. Meno del 4%.
Se ci pensiamo il disco non è mai cambiato. Ha mantenuto la stessa ingegneria e la stessa qualità, ma il mondo circostante è evoluto e quindi anche se il disco era “forte” questa caratteristica ha smesso di essere importante.
Quante volte sarà capitato a te, come a me, di fare una scelta tecnica giusta, tipo uno stack scelto nel 2019 che era perfetto e che poi tre anni dopo non lo era più? Non c’era niente di sbagliato, semplicemente era cambiato il contesto che lo circondava: team, mercato, competitor con modelli diversi.
Quando cambia il contesto non c’è scelta giusta che tenga, a quel punto non frega più a nessuno.
Questa che vi ho appena descritto è stata la prima morte: veloce e rumorosa. Poi, tra il 2000 e il 2008 tutti, più o meno, si sono accorti di cosa stava succedendo.
La seconda morte
Ti ricordi l’asimmetria di cui parlavamo? Quella sull’ingegneria perfetta nel disco ma fallace nel lettore?
Ecco.
Nel gennaio del 2008 Steve Jobs presentava il MacBook Air tirandolo fuori da una busta di carta (aura a mille). Si presentava come il primo portatile mainstream senza lettore ottico e la giustificazione fu semplice: i film te li affitti da iTunes e il software te lo scarichi e se tu vuoi il drive ti compri il SuperDrive esterno a 99 dollari.
Così, nel 2021 spariscono anche dal MacBook Pro Retina e dall’iMac, fino al 2016 dove Apple ritira l’ultimo Mac con lettore integrato.
Nel 2024 smette di vendere anche il SuperDrive esterno.
La scomparsa del CD non ha fatto notizia, è semplicemente avvenuta. Mano a mano che sono usciti nuovi modelli di pc, da Intel nel 2011 con gli Ultrabook fino ai Dell e HP, il lettore è sparito e basta.
Che poi, nel 2005 il CD era già morto commercialmente parlando, ma essendo ancora in possesso di un lettore, che fosse nel PC o meno, non ti dava l’impressione che fosse così. Perché comunque pensavi “tanto ce l’ho, è mio e lo userò quando mi servirà”.
Non pensavi certo al CD come un possibile “problema”, perché tanto sapevi come e dove usarlo.
Poi il cambiamento: un giorno compri il portatile nuovo di pacca e la “fessura” non c’era più. E nemmeno te ne sei accorto finché, forse, un giorno non ti sei detto “voglio ascoltare questo CD del 2006” e non sapevi più dove infilarlo.
Questa è la finestra di falsa sicurezza che attraversiamo tutti. È il periodo in cui tutto sembra a posto ed è esattamente il periodo in cui avresti dovuto fare qualcosa.
Nel lavoro la vedo di continuo, solo che ha un’altra faccia. Il codice c’è ancora, il repo è lì, i dati pure. Quello che sparisce è il lettore: la macchina che sapeva buildarlo, la versione di Xcode che non si installa più, quel progetto in Flash, Python 2 o l’unica persona del team che sapeva come si deployava e che se n’è andata a febbraio.
Il contenitore è perfetto, nessuno riesce più ad aprirlo e nel frattempo siamo tutti tranquilli... perché “se funziona, non toccarlo”.
Cosa ci portiamo a casa quindi?
La tentazione adesso è dire “scegli tecnologie che durano”, ma sarebbe un bel “grazia, graziella e grazie al ca…”.
Chi ha comprato un masterizzatore nel 2001 lo ha fatto perché all’epoca era giusto così, e alla fine ha fatto ciò che doveva fare per tutto il tempo in cui doveva funzionare.
Se però facciamo una retrospettiva, perché nessuno si era chiesto quanto tempo dovesse reggere?
Ecco perché ogni scelta che faccio per un cliente (o per me), passa da tre domande:
La più ovvia: quanto regge? Una scelta che deve durare sei mesi e una che deve durare otto anni non si valutano con gli stessi criteri, eppure spesso vengono trattate uguali. Il masterizzatore doveva durare tre anni e ha fatto benissimo i suoi tre anni. Il formato in cui archivio le foto di mia figlia deve durare trent’anni, ed è un’altra decisione anche se il gesto sembra lo stesso.
Se sbaglio, cosa mi resta in mano? I dati sul mio CD ci sono ancora vent’anni dopo, come usarlo no. Quando scelgo, provo a capire se sto decidendo dove mettere la roba o com’è fatta la roba. La seconda conta quasi sempre di più e ci pensiamo quasi sempre di meno. Va più in profondità del vendor lock-in: la domanda è se quello che produco ha una forma leggibile anche fuori da lì.
È reversibile o è solo un buco nel colorante? Certe scelte sono (quasi) irreversibili nel business. Capire quali sono, perché sono quelle che meritano dieci volte il tempo delle altre. L’errore che vedo fare più spesso e che ho fatto anch’io, è dare lo stesso peso a tutto: la maggior parte delle decisioni sono riscrivibili e le stiamo sovra-pensando, due o tre sono buchi nel colorante e le prendiamo in una call da mezz’ora.
Il disco è ancora perfetto
Ho rimesso il CD nella custodia, la custodia nel cassetto e ho ripreso mia figlia mentre lei mi fa la pernacchia.
Quel disco ha fatto esattamente quello per cui era stato costruito e lo farebbe ancora, se solo avessi dove avessi un lettore. E mentre chiudevo il cassetto ho pensato alle sue foto, quelle che le faccio ogni giorno e che finiscono ogni sera su un cloud (di cui non ho mai letto i termini, ma vabbè).
Del contenitore sono abbastanza tranquillo. Del lettore, tra vent’anni, un po’ meno.
Lei di sicuro a vent’anni non tirerà più fuori quel raccoglitore rosso e nero dal cassetto (forse).
Però le foto sì, quelle le vorrà (spero).
E io oggi non ho idea di cosa userà per aprirle, so solo che non sarà la cosa su cui le sto salvando adesso.
Ci vediamo alla prossima newsletter.
Senza filtri,
Chri











