Skype. Il pioniere che è morto alla propria festa
Cosa succede quando un prodotto smette di sapere cosa vuole essere
[Video Youtube] Saper programmare non basta più
In questo video ti racconto cosa sta succedendo al mestiere dello sviluppatore, cosa perde valore, cosa ne guadagna e perché chi sa davvero cosa costruire vale più che mai.
👋 Ciao, sono Chri. Fractional CTO e questa è Senza Filtri: la newsletter dove condivido il dietro le quinte del mio viaggio da imprenditore (esperienze, cosa ho imparato e tanti errori) alternando a qualche deep dive sui business che mi incuriosiscono.
Me la ricordo ancora la prima volta che ho sentito quella suoneria: quel ritmato “tu-du-du-du” (lo posso sentire ancora mentre lo scrivo e so che lo senti anche tu mentre lo leggi), che usciva dalle casse del PC mentre stavi facendo tutt’altro.
Mi ero installato Skype dopo che un’amico mi aveva detto che potevi chiamare gratis (trigger, parola magica). Nel 2004 parlare di “telefonare” e “gratis” nella stessa frase era qualcosa di inconcepibile.
Per la mia generazione, Skype era la quintessenza di internet, quella che dimostrava che funzionava davvero. Non era come scrollare un sito o leggere un thread su un forum, era parlare con qualcuno, vederlo in faccia, sentirlo ridere e conoscerne la voce. Tutto questo in tempo reale, a prescindere da quale parte del pianeta ti stesse chiamando e per di più senza spendere un centesimo. Praticamente magia, ma ci siamo talmente abituati talmente in fretta a questa comodità che ci siamo dimenticati di quanto fosse importante.
Poi a un certo punto ho smesso di usarlo. Non ricordo nemmeno quando esattamente, e credo sia questo il dettaglio più triste di tutta la storia.
Prima di Skype: telefonare costava un rene
Per capire perché Skype è stato rivoluzionario bisogna capire com’era telefonare nel 2003.
Le chiamate internazionali costavano un botto. Le compagnie telefoniche ti facevano pagare in base alla distanza, come se i dati viaggiassero in treno e servisse il biglietto per ogni fermata. Chiamare gli Stati Uniti dall’Italia poteva costare 1-2 euro al minuto. Le famiglie con parenti all’estero controllavano il timer con l’ansia, perché ogni secondo era soldi che se ne andavano.
Il VoIP esisteva già, per carità. Ma era roba da smanettoni: dovevi configurare client SIP, aprire porte sul router, pregare che la qualità audio non facesse sembrare la chiamata una trasmissione dal fondo dell’oceano. MSN Messenger aveva le chiamate vocali, ma la qualità era imbarazzante. Yahoo Messenger uguale.
Skype arrivò e fece sembrare tutti gli altri dei bambini.
Tre ragazzi estoni e un videogioco
La storia di Skype inizia negli anni ‘80, nell’Estonia sovietica. E già qui ti rendi conto che non è una storia normale.
Ahti Heinla, Priit Kasesalu e Jaan Tallinn erano amici dalle superiori. Nel 1989, a 17 anni, scrissero Kosmonaut, che poi divenne SkyRoads nel 1993: il primo videogioco estone venduto a livello internazionale. Ci guadagnarono 5.000 dollari. Tallinn aveva iniziato a programmare a 12 anni, dietro la cortina di ferro, con quello che c’era.
Alla fine degli anni ‘90, la loro azienda stava andando in bancarotta. Presero dei lavori da remoto per un operatore telefonico svedese, Tele2, a 330 dollari al giorno a testa. Ed è lì che incrociarono la strada di Niklas Zennström e Janus Friis, due imprenditori nordici con un’idea fissa: usare il peer-to-peer per smontare le industrie tradizionali.
Il primo tentativo fu Kazaa, un software di file-sharing P2P che divenne l’app più scaricata al mondo. L’industria discografica li trascinò in tribunale. Dovettero vendere tutto.
Ma l’intuizione tecnica rimase: se il P2P poteva spostare file enormi senza server centrali, poteva fare lo stesso con la voce.
“Il modo tradizionale di comunicare per telefono non ha più senso,” disse Zennström. “Se puoi usare le risorse dei computer degli utenti, puoi fare le cose molto più efficientemente.”
Ci vollero 26 rifiuti da venture capitalist e un anno intero per raccogliere 1,5 milioni di euro. Ma il 29 agosto 2003 uscì la prima beta. Solo Windows, solo chiamate vocali. 10.000 download il primo giorno.
La magia del peer-to-peer (spiegata semplice)
Ok, qui devo fare il CTO per un attimo, ma prometto di non esagerare col serpentese.
I servizi VoIP tradizionali funzionavano come un centralino: ogni chiamata passava attraverso un server dell’azienda. Più utenti avevi, più server ti servivano, più soldi bruciavi. Era un modello che scalava col portafoglio.
Skype fece una cosa geniale e un po’ pazza: trasformò i computer degli utenti stessi nell’infrastruttura.
Il tuo PC non era solo un telefono, era anche un pezzo della rete. Se avevi una connessione veloce e un IP pubblico, il tuo computer veniva promosso silenziosamente a “supernodo”, senza che tu ne sapessi niente. I supernodi facevano il lavoro sporco: tenevano un pezzo della rubrica distribuita degli utenti online e facevano da ponte quando due persone dietro un firewall non riuscivano a connettersi direttamente.
Al picco, circa 48.000 computer di utenti ignari reggevano l’intera rete Skype. Il costo infrastrutturale per l’azienda? Praticamente zero. La rete cresceva automaticamente con la base utenti: più gente la usava, più forte diventava.
E la parte più elegante era come risolveva il NAT traversal, cioè il fatto che la maggior parte dei computer casalinghi era dietro un router e non poteva ricevere connessioni dirette. Skype provava prima una connessione diretta tra i due utenti. Se non funzionava, trovava un terzo utente con un IP pubblico e lo usava come ponte.
E se anche l’UDP era bloccato, tipo nei firewall aziendali paranoici, riusciva a far passare la voce sulla porta 443, quella del traffico web cifrato, che praticamente nessun firewall blocca.
Risultato: Skype funzionava ovunque. Anche nelle banche con le policy di rete più restrittive del pianeta. Un utente dell’epoca scrisse: “È l’unica app VoIP che passa il firewall della nostra banca, ed è estremamente restrittivo.”
Nel 2003, quando mettere su una farm di server globale per il VoIP costava una fortuna, questa architettura era un colpo di genio.
Ma nascondeva un problema strutturale, e adesso ci arriviamo.
Va che numeri
La crescita di Skype è una di quelle curve che ti fanno girare la testa:
2003: 10.000 download il primo giorno della beta
2004: 13 milioni di utenti, 80.000 nuovi al giorno
2005: 54 milioni di utenti registrati (anno dell’acquisizione eBay)
2010: 663 milioni di utenti, 860 milioni di dollari di ricavi, 207 miliardi di minuti di chiamate
2013: 280 milioni di utenti attivi al mese, oltre 2 miliardi di minuti di chiamate al giorno
Al picco: Skype gestiva circa il 40% di tutte le chiamate internazionali del pianeta
Rileggi l’ultimo punto. Il quaranta percento del traffico vocale internazionale del mondo passava da un’app gratuita costruita da un team a Tallinn, Estonia, un paese da 1,3 milioni di abitanti. Nessuna compagnia telefonica tradizionale ci si avvicinava nemmeno lontanamente.
E il modello freemium era estremo: solo il 6-7% degli utenti pagava qualcosa (le chiamate verso numeri di telefono tradizionali, SkypeOut). Il resto era tutto gratis. 194 miliardi di minuti di conversazione non fatturati in un solo anno.
Tre proprietari in otto anni
E qui la storia si complica.
Nel 2005, eBay compra Skype per 2,6 miliardi di dollari. L’idea? Far parlare compratori e venditori sulle aste. Peccato che chi compra su eBay preferisce l’anonimato di una mail, non la voce di uno sconosciuto che gli vuole vendere un divano usato. Due anni dopo, eBay svaluta di 1,4 miliardi. La tesi delle sinergie era una vaccata.
Ma il pezzo assurdo è un altro. Quando eBay comprò Skype, non comprò la tecnologia di base. Il “Global Index”, l’algoritmo P2P che faceva funzionare tutto, era rimasto in una società separata chiamata Joltid, controllata dai fondatori Zennström e Friis. eBay aveva comprato il marchio, gli utenti, il team. Ma il pulsante di spegnimento era rimasto in mano ai fondatori.
Quando eBay provò a modificare il protocollo nel 2009, Joltid fece causa chiedendo 75 milioni di dollari al giorno di danni e minacciando di revocare la licenza. Cosa che avrebbe spento Skype a livello globale, così, da un giorno all’altro.
Da CTO, questa storia mi fa venire la pelle d’oca. Comprare un prodotto senza possedere la proprietà intellettuale del componente critico è come comprare una casa scoprendo poi che le fondamenta sono in affitto e il proprietario può sfrattarti quando vuole. Se c’è una due diligence da studiare a fondo come caso a scuola, è questa.
La crisi si risolse con eBay che vendette il 65% a Silver Lake per 1,9 miliardi, ridando quote e posti in consiglio ai fondatori. La IP finalmente passò alla società.
Silver Lake tenne Skype 18 mesi e la rivendette a Microsoft per 8,5 miliardi. Un ritorno di 3x in un anno e mezzo: uno dei deal più riusciti nella storia del private equity tech.
Steve Ballmer la definì “il futuro delle comunicazioni in tempo reale.” Per gli analisti era follia pura: il prezzo era circa 10 volte i ricavi, e Skype aveva chiuso il 2010 con 7 milioni di perdita netta.
Nel 2017 Microsoft lanciò Teams, costruito internamente. Oggi Teams ha 320 milioni di utenti attivi al mese. Microsoft ha speso 8,5 miliardi per comprare le lezioni che poi ha usato per costruire il sostituto. La tecnologia è stata assorbita, il prodotto scartato.
A volte mi chiedo se Microsoft abbia mai davvero voluto salvare Skype come prodotto, o se fin dall’inizio l’obiettivo fosse assorbire il talent, i brevetti e la base utenti per poi fare le cose a modo suo. Non lo sapremo mai probabilmente.
Il redesign che nessuno voleva
Ma prima di morire per mano di Teams, Skype si era già data la zappa sui piedi da sola.
Nel 2017, sotto Microsoft, il team di prodotto decise di svecchiare l’app. Qualcuno a Redmond evidentemente si era svegliato una mattina terrorizzato che Snapchat gli stesse rubando gli utenti (ma quale utente, scusa?). Il risultato fu un disastro: storie effimere alla Snapchat, filtri facciali, colori accesi, navigazione a swipe, emoji dappertutto.
Una nonna che voleva vedere i nipoti in America si ritrovava a navigare un’interfaccia pensata per adolescenti che si mandano foto con le orecchie da cane. Un professionista che doveva fare una call con un cliente doveva prima capire dove cavolo fosse finito il pulsante per chiamare.
Le recensioni sugli App Store precipitarono da 3,5 a 1,5 stelle in poche settimane. Microsoft fu costretta a scusarsi pubblicamente e a fare rollback.
La percezione di Skype come strumento affidabile andò a farsi benedire. È una dinamica che vedo ripetersi con i miei clienti: iniziano a guardare cosa fanno i competitor, aggiungono feature che non c’entrano niente col loro core, e piano piano il prodotto diventa una cosa che non sa più cosa vuole essere. Ogni volta che succede mi torna in mente Skype e quel redesign del 2017.
Il paradosso del COVID: morire alla propria festa
Eccoci arrivati al momento che rende questa storia un caso studio perfetto. Marzo 2020, il mondo è chiuso in casa e tutti hanno bisogno di una cosa sola: videochiamare.
Il mercato per cui Skype era nata esplode come mai nella storia dell’umanità.
Un anno dopo? Zoom al 50% e Skype al 6,6%.
I numeri nel dettaglio sono ancora più brutali:
Zoom: da 10 milioni di utenti giornalieri a 300 milioni. Un aumento del 2.900%
Microsoft Teams: da 20 milioni a 75 milioni, poi a 300+ milioni mensili
Skype: da 24 milioni a 40 milioni. Un +70%, poi di nuovo giù a 36 milioni
L’azienda che aveva inventato la videochiamata di massa non è riuscita a sopravvivere al momento in cui la videochiamata è diventata essenziale.
Perché? Per un motivo stupidamente semplice: l’attrito.
Su Zoom, cliccavi un link e eri dentro. Non serviva un account, non serviva scaricare niente di obbligatorio, non serviva aggiungerti alla rubrica. Un insegnante che non aveva mai fatto una videochiamata poteva radunare una classe di trenta ragazzini in cinque minuti.
Su Skype? Scarica il client, registrati con un account Microsoft, trova lo Skype ID dell’altro (spesso una stringa incomprensibile tipo “live:marco.rossi_1847”), invia una richiesta di contatto, aspetta che la accetti, poi chiama. Nel mezzo di una pandemia globale, dove nonni in lockdown volevano vedere i nipoti e medici dovevano visitare pazienti anziani da remoto, questo percorso era un muro.
Eric Yuan, fondatore di Zoom, lo aveva già capito. Aveva lasciato Cisco WebEx perché, come disse lui stesso, “dopo ogni meeting ero imbarazzato perché non avevo mai visto un singolo cliente felice”. A quel punto aveva provato a convincere il management a ricostruire da zero, ma nessuno lo ascoltò, anzi avevano semplicemente pensato che fosse pazzo. Così se ne andò e costruì Zoom con una sola ossessione: che la call diventasse un’azione semplice per chiunque, senza bisogno di mille spiegazioni.
Quello che Skype ha lasciato
Liquidare Skype come un semplice fallimento sarebbe profondamente sbagliato. L’eredità è enorme, solo che è diventata invisibile.
Il codec che alimenta Internet. Skype sviluppò SILK, un codec audio che adattava dinamicamente la qualità della voce alla banda disponibile. SILK divenne la base di Opus, lo standard IETF ora obbligatorio per WebRTC. Ogni videochiamata da browser, ogni chat vocale su Discord, ogni meeting su Zoom da web usa tecnologia che discende direttamente da Skype. Il DNA tecnico di Skype è più vivo oggi di quanto Skype stessa lo sia mai stata.
La Skype mafia. I capitali e le competenze generate dalle exit hanno trasformato l’Estonia, un paese da un milione e trecentomila abitanti, in un hub startup europeo. Gli ex Skype hanno fondato Wise (trasferimenti di denaro), Bolt (il competitor europeo di Uber), Pipedrive, Veriff e Starship Technologies, i robot per le consegne autonome fondati proprio da Ahti Heinla, l’architetto tecnico originale di Skype. La PayPal mafia della Silicon Valley ha il suo equivalente baltico, e tutto è partito da un ufficio a Tallinn.
Jaan Tallinn e l’AI safety. Il programmatore estone che a 12 anni iniziava a scrivere codice e a 17 faceva il suo primo videogioco, oggi è uno dei più importanti finanziatori della ricerca sulla sicurezza dell’AI al mondo. Ha co-fondato il Future of Life Institute e ha guidato gli investimenti Series A sia in DeepMind che in Anthropic.
Quando la CNBC gli chiese del futuro di Skype, rispose: “Sono preoccupato che gli esseri umani vengano spazzati via, quindi è improbabile che avremo bisogno di Skype se dovesse succedere.”
L’uomo che ha costruito lo strumento per connettere l’umanità ora spende la sua fortuna per evitare che venga distrutta dall’AI. Da un videogioco nell’Estonia sovietica del 1989 alla ricerca sull’AI safety nel 2026: è un arco narrativo che nemmeno uno sceneggiatore riuscirebbe a inventarsi.
L’architettura è destino
La lezione più profonda di questa storia non è sulla cattiva gestione, anche se ne abbonda.
È su cosa succede quando cambi il DNA di un prodotto.
Skype nacque peer-to-peer: distribuita, leggera, indipendente. La sua architettura non era solo una scelta tecnica, era la sua identità. Quando Microsoft centralizzò i server, sostituì il protocollo, appesantì l’interfaccia e subordinò la roadmap alla strategia corporate, non stavano aggiornando Skype. Stavano facendo un trapianto d’organi che il corpo ha rigettato.
L’architettura P2P nel 2003 era un vantaggio competitivo asimmetrico: una startup baltica senza soldi per i server poteva battere compagnie telefoniche miliardarie sfruttando i computer degli utenti. Nel 2017, quella stessa architettura era un vincolo: gli smartphone non potevano fare da supernodi, la sincronizzazione multi-device era un casino, le call di gruppo si inchiodavano oltre 25 persone.
L’ho visto da vicino: una startup che seguivo aveva scelto un monolite con database condiviso perché era veloce da lanciare, e per i primi 30 clienti era perfetto. Al centocinquesimo, ogni deploy era un’operazione chirurgica e ogni feature nuova rischiava di rompere qualcosa. La scelta architetturale che li aveva fatti crescere nel primo anno era diventata la catena che li rallentava al terzo. E la cosa più difficile non è capirlo intellettualmente. È avere il coraggio di riscrivere le fondamenta mentre il prodotto è in produzione e gli utenti ci lavorano sopra ogni giorno.
Yuan l’ha capito: non puoi prendere un tool per chiamate vocali del 2003 e trasformarlo in una piattaforma di videoconferenza moderna aggiungendo pezzi, devi costruirla da zero. Zoom ha fatto esattamente questo. Skype, appesantita da tre proprietari, otto leader diversi in dieci anni e vent’anni di debito tecnico accumulato, non ce l’ha fatta.
La domanda che mi porto a casa
Ogni volta che lavoro su un prodotto mi chiedo: stiamo costruendo sulla nostra forza vera o stiamo rincorrendo quello che fanno gli altri?
Skype ha aggiunto storie, filtri e emoji invece di rendere più semplice entrare in una chiamata. Ha rincorso Snapchat invece di ascoltare i propri utenti.
Quando il mondo intero ha avuto bisogno di videochiamare, la risposta non era in un’app con vent’anni di storia e il nome nel dizionario. Era in un tool costruito da zero da un ingegnere che si era stancato di vedere clienti infelici.
“Facciamo call su Skype” non lo dice più nessuno.
Ma ogni volta che apri una videochiamata da browser, il codec che trasporta la tua voce è un discendente diretto di quel software scritto in un ufficio a Tallinn vent’anni fa.
Skype ha lasciato la chat. Il suo codice, però, è ancora in ogni chiamata che facciamo.
Ci vediamo alla prossima newsletter.
Senza filtri,
Chri
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