La competenza chiave del futuro
L'unica cosa che ci distingue quando tutti abbiamo gli stessi strumenti
👋 Ciao, sono Chri. Fractional CTO e questa è Senza Filtri: la newsletter dove condivido il dietro le quinte del mio viaggio da imprenditore (esperienze, cosa ho imparato e tanti errori) alternando a qualche deep dive sui business che mi incuriosiscono.
Quando devo prendere una decisione tecnica un po’ più seria di “mi centri questo div?”, non chiedo più all’AI la soluzione. Le chiedo tre soluzioni. A volte cinque. E se non gliele chiedo, spesso me le tira fuori lei ugualmente: “potresti fare così, o così, o quest’altra cosa che però ha questo trade-off”.
E se una volta provare una strada e vedere dove ti porta impiegava mezza giornata, adesso bastano pochi minuti, oltre ad essere gratis (per dire). Sperimento di più, mi metto lì, chiacchiero con una macchina e non mi costa niente.
Ne esco con tre soluzioni, tutte plausibili e ragionevoli. A quel punto, il lavoro vero (quello per cui mi pagano) comincia esattamente lì: scegliere quale delle tre.
Questa è la parte del lavoro che l’AI non può fare per me, perché l’AI, per quanto possa essere convinta di darti una risposta corretta, mancherà sempre di qualche informazione che io conosco (sì, forse è un’affermazione forte, ma concedimela).
L’AI non sa che quel cliente ha zero budget per la manutezione, che la soluzione più elegante lo ammazzerebbe tra sei mesi e che quel team non ha mai gestito roba distribuita, che dargli in mano microservizi è come dare a me in mano un aereo (non provateci). Non sa tutto questo, come non sa che tra due mesi probabilmente cambieranno modello di business e che mezza architettura verrà buttata comunque.
Puoi dargliele queste informazioni di contesto certo, ma comunque si perderebbe sempre qualcosina.
Il collo di bottiglia si è spostato. Per anni la parte faticosa del mio lavoro era far funzionare le cose. Adesso far funzionare le cose è quasi la parte facile. La parte difficile è decidere quale delle cose che funzionano è quella giusta.
E questa cosa qui, il decidere, ha un nome: giudizio.
Cos’è il giudizio, tolta la retorica
Quando dici “giudizio” su LinkedIn parte subito la giostra da fuffaguru. “La soft skill del futuro”, “l’intelligenza che le macchine non avranno mai”, quelle robe lì che potrebbe scriverle chiunque e che non vogliono dire niente.
Il giudizio è guardare un pezzo di codice scritto benissimo, bello pulito e testato, per poi scoprire che è la cosa sbagliata da mettere in produzione perché è fatto bene per un contesto che non è il tuo, e quindi non va bene per te. È aprire una pull request, leggere la descrizione dell’architettura e capire nei primi trenta secondi se la persona ha capito il problema o ha solo risolto il sintomo. È avere cinque opzioni e sentire, quasi fisicamente, quale regge e quale ti esploderà in mano tra tre mesi.
Da CTO non leggo ogni riga di codice che mi passa davanti, sarei matto e farei solo micromanagement inutile. Leggo le cose giuste. E il giudizio è quasi tutto lì, in quella parola: sapere dove guardare conta molto più di sapere cosa stai guardando. Uno junior legge tutto e non vede niente. Un senior guarda in tre punti e capisce se la casa sta in piedi.
Il giudizio è il contesto applicato. È tutto quello che sai su quel cliente, su quel team, su quel mercato, buttato addosso a una decisione tecnica.
Prima era importante. Ora è tutta la partita.
Il giudizio è sempre servito, per carità. Un bravo tecnico si è sempre distinto da uno mediocre soprattutto lì, nelle scelte, non nella capacità di scrivere righe.
Però prima era metà del lavoro perché l’altra metà era l’esecuzione. Ti prendeva tempo, ti costringeva a sbatterci la testa, e mentre sbattevi la testa capivi cose. Il giudizio e l’esecuzione crescevano insieme, uno dietro l’altro.
Adesso l’esecuzione la fa la macchina che è dieci volte più produttiva di me su quella parte. Dei rischi di delegarle troppo l’esecuzione ne ho già parlato altrove, non li rifaccio qui (anzi vattelo a vedere qui se ti va) Quello che mi interessa oggi capire ma se l’esecuzione la fa lei, cosa resta a me?
Resta il giudizio. È l’unica cosa che mi distingue ancora dalla persona seduta di fianco a me che ha in mano esattamente gli stessi strumenti. Stessi modelli, stessi abbonamenti da cento dollari al mese, stesso identico output a disposizione. La differenza tra i due non è più chi scrive meglio il codice. È chi sa scegliere meglio cosa tenere.
Quella che era una skill utile è diventata LA skill. Non un pezzo del lavoro, ma IL lavoro.
Il problema è che il giudizio è un muscolo
Il giudizio non è una cosa che studi sui libri, non c’è il corso di big luca e non c’è nemmeno il video di ciccio pancio (nick notoriamente indiano) su Youtube che te lo spiega. È un muscolo, e i muscoli si allenano in un modo solo: facendo, sbagliando, sentendo male, rifacendo.
Io il colpo d’occhio sulle architetture me lo sono fatto sbagliandole. Ho scelto lo stack sbagliato e me lo sono trascinato per due anni. Ho detto sì a una cosa al quale andava detto no (e ne ho pagate le conseguenze). Ho spinto in produzione roba di cui ero convintissimo e che si è spaccata nel modo più stupido possibile. Ogni cazzata è stata una ripetizione in palestra. Non le rifarei, ma senza quelle non saprei guardare nei tre punti giusti oggi.
Il giudizio, insomma, è esperienza che si è sedimentata, accumulata negli anni, una sopra l’altra, fino a diventare istinto.
E allora i junior?
So cazzi? Scusami il francesismo. Non lo so, non ho la risposta e non voglio far finta di averla.
Se il giudizio si costruisce solo facendo e sbagliando in prima persona il junior quelle ripetizioni non le fa più. Prende il task, lo passa alla macchina, riceve una soluzione decente, la spedisce. Veloce, pulito, funziona. E non ha imparato niente, perché non ha scelto niente, non ha sbagliato niente, non gli è esploso niente in mano.
La macchina gli ha tolto proprio la parte da cui nasce la skill più importante che gli servirà.
Noi che il giudizio ce lo siamo fatto prima, negli anni in cui toccava sbattere la testa per forza, siamo a posto. Amplifichiamo una roba che già abbiamo, ma quelli che entrano adesso stanno saltando esattamente il pezzo che a noi ci ha formato. Amplificano un’esperienza che non c’è.
E allora non lo so davvero come si risolve. O meglio, sicuramente dobbiamo noi aiutare chi entra adesso nel passare questa esperienza, e forzarli a sbagliare anche con l’AI.
Non ho la ricetta. Ho il dubbio, e me lo tengo lì (che è già qualcosa).
So solo che il giudizio è la cosa più preziosa che ho, adesso più di prima. E so che me lo sono costruito in un modo che rischia di sparire, forse.
Ci vediamo nella prossima newsletter.
Senza filtri,
Chri
P.S. Costruiamo insieme Senza Filtri
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Ho trovato molto interessante il ragionamento, soprattutto il passaggio finale in cui ammetti di non avere ancora una risposta. Secondo me è proprio lì che si apre la sfida più grande. Se il giudizio nasce dall'esperienza, allora non basta integrare l'AI nel lavoro: bisogna ripensare il modo in cui formiamo le persone. La domanda non è come impedire ai junior di usare l'AI, ma come progettare percorsi nei quali possano continuare a sperimentare, sbagliare e assumersi la responsabilità delle decisioni, anche quando l'esecuzione è sempre più automatizzata. E qui, secondo me, il problema smette di essere solo aziendale e diventa anche politico. Se questa trasformazione riguarda interi settori produttivi, non possiamo lasciare che ogni impresa affronti il problema da sola. Servono istituzioni capaci di ripensare il rapporto tra formazione, lavoro e innovazione. Se il giudizio è davvero un muscolo, allora la vera domanda è: come facciamo ad allenarlo in una società in cui l'esecuzione pesa sempre meno?