Quando è nata mia figlia, la frase che ho sentito maggiormente dirmi è stata: “Mo sono cavoli tuoi, con il lavoro come farai?”
Sempre col tono di qualcuno che ti sta facendo gli auguri ma che, sotto sotto, ti sta facendo le condoglianze (professionali, s’intende).
La cosa strana è che un po’ me lo stavo chiedendo anch’io. Mi ero fatto un’idea abbastanza chiara di come sarebbe andata: meno ore, meno lucidità (causa sonno), meno roba fatta come si deve. Insomma, un anno di galleggiamento e poi si vedrà.
In questa newsletter ti voglio raccontare perché non è andata così, e soprattutto perché non è andata così per motivi completamente diversi da quelli che mi aspettavo.
Partiamo da dove hanno ragione loro
Perché una parte di quel racconto è vera e sarebbe da furbetti far finta di no.
Sei più stanco.
Ci sono settimane in cui arrivi al giovedì mattina che sei già cotto. Non è solo una sensazione, ma proprio una cosa tangibile e lo vedi nella qualità di ciò che stai producendo.
Ci sono giornate in cui la sera non ci sei, non solo per il lavoro, ma nemmeno per altro. Sei una sottospecie di contenitore vuoto.
E in un botto di posti di lavoro quella roba lì pesa parecchio, perché la disponibilità diventa una valuta. Chi resta la sera, chi risponde alle dieci, chi domani mattina può prendere un aereo… ecco, tutta questa roba qui, viene identificata come “uno che ci tiene”, (pensa te… orrendo… ma vabbè.)
Non lo dicono mai in modo esplicito, però quando si fanno i nomi per il ruolo nuovo, quei nomi lì escono prima degli altri.
Quindi sì. Se la crescita professionale per te è quella scalata lì, con i gradini messi in fila da qualcun altro, un figlio te la rallenta e chi ti dice il contrario mente bellamente.
Solo che quella è una delle definizioni di crescita possibili, e a me aveva smesso di convincere un bel po’ prima che nascesse mia figlia.
Non ho cambiato il calendario, ho cambiato l’orizzonte
Del calendario ne ho già scritto (qui) e non è la parte interessante. Metto prima le cose personali, il lavoro si adatta attorno e nel weekend non lavoro. Funziona, ma è la parte organizzativa della faccenda, quella che risolvi con Google Calendar e un po’ di faccia tosta quando sposti una call.
La cosa che è cambiata ed è più difficile da spiegare perché non si vede è un’altra.
Prima, davanti a una decisione, la domanda che mi facevo era: questa cosa sta in piedi? Risolve il problema? Regge?
Adesso la domanda che mi faccio è un’altra: tra due anni, questa cosa qui, chi se la ritrova tra le mani?
Detta così sembra la solita frase da senior che ha letto due libri di management e adesso deve farlo sapere a tutti. Però cambia davvero le scelte e le cambia in tanti posti: sul tecnico (ovviamente), su un cliente che sto valutando, e soprattutto sulle persone, che è il punto dove la differenza si sente di più.
Una decisione tecnica sbagliata la sistemi. Sì, ti costa soldi, qualche settimana di bestemmie, ma la sistemi.
Invece, una persona valutata male per ciò che sa fare oggi anziché per quello che potrebbe diventare, quella te la perdi e basta. Non c’è nessun alert che ti dice “hai scartato quello giusto).
La pazienza è diventata parte del mestiere
Ti faccio l’unico esempio concreto di tutta questa newsletter e non riguarda il lavoro.
C’è una cosa che scopri con un bambino/a piccolo: non esiste lo spiegare una sola volta. Non esiste proprio come categoria. Glielo dici, non arriva. Glielo dici in un altro modo, non arriva lo stesso. Provi con l’esempio, provi col gioco, provi ad alzare un po’ la voce (e ti senti subito una merda) e non funziona. Poi lasci perdere, ci torni tre giorni dopo, e quella volta lì passa. Senza che tu abbia capito perché proprio quella.
La parte difficile da accettare in tutto questo è che il tempo non lo decidi tu.
Il giorno in cui mi sono accorto che stavo facendo esattamente la stessa cosa in una call, con una persona che non capiva perché una certa cosa costasse tre settimane, mi è venuto quasi da ridere. Terzo tentativo, terza metafora diversa, stessa identica pazienza. Solo che a casa la chiamo essere padre e al lavoro la chiamo comunicare bene.
Su questo ci ho scritto un pezzo intero, su come si parla con chi tecnico non è, e all’epoca l’avevo raccontata come una skill che ti costruisci. Adesso la vedo un po’ diversamente. Più che una tecnica è la disponibilità a ripetere le cose senza che il rapporto si logori.
Che è una cosa che o ce l’hai o te la alleni, e a me la sta “addestrando” una bambina di un anno e mezzo senza chiedermi il permesso.
Cosa mi ha cambiato di più
Quello che faccio oggi con mia figlia non mi restituisce niente oggi. Zero. Nessun numero, nessuna conferma, nessuno che ti dica bravo hai fatto la cosa giusta. Il risultato lo vedrò tra dieci anni, aggregato e non saprò nemmeno dire quale pezzo ha funzionato e quale invece era completamente inutile.
Ora, io vengo da un mestiere dove il feedback è immediato. Scrivi, ricarichi, vedi. Funziona o non funziona, e lo sai in tre secondi. È anche il motivo per cui a un certo punto ci siamo innamorati tutti del codice perché è come la macchinetta al bar dei cinesi sotto casa, che ti dice sempre subito se hai vinto o perso e quella scarica lì dà dipendenza.
All’inizio per uno abituato al feedback ogni tre secondi è una bella rottura perché ti trovi a fare cose senza nessuna prova che stiano servendo a qualcosa.
Poi ti ci abitui eh, ma quando ti abitui a lavorare senza la ricompensa immediata, ti giri indietro e ti accorgi che un botto di cose sul lavoro le stavi valutando con il metro sbagliato.
La cura di un dettaglio che nessuno noterà mai, le tre ore passate a spiegare a una persona una cosa che avresti fatto in venti minuti da solo o la scelta di fare la roba per bene quando nessuno se ne accorgerebbe. Sono tutte cose che oggi ti costano e basta, e che tornano indietro molto dopo, in una forma che spesso non riesci nemmeno a collegare a quello che avevi fatto.
Un tempo facevo quelle cose perché sapevo che erano giuste, ammetto che però provavo un po’ di fastidio perché so che stavo pagando un conto che forse non sarebbe tornato. Diciamo che adesso le faccio e basta, ho smesso di aspettarmi che qualcuno mi ringrazi nella stessa settimana.
Cosa è finito in fondo alla lista
L’altra faccia della storia è che parecchia roba ha semplicemente smesso di toccarmi.
Le urgenze che non sono realmente urgenze, il messaggio a cui non ho risposto in dieci minuti, la discussione tecnica in cui volevo avere ragione (ma ragione ragione eh), il “non trovare la soluzione migliore”, o addirittura il post che va male, che sì, mi rovinava il pomeriggio (purtroppo).
Non è che sono diventato zen manco fossi un monaco tibetano (al contrario direi) ma è che quando hai davanti una cosa che ti sta chiedendo dieci anni di attenzione, la call spostata di due ore fa fatica a sembrarti un problema.
Quindi diciamo che ho tolto un po’ di rumore, non che ho rallentato, anche se dall’esterno possono sembrare la stessa cosa, soprattutto se chi guarda misura solo quanto sei reattivo.
Non è tutto rose e fiori
Ci sono due cose che devo dirti, altrimenti questa diventa uno di quei pipponi motivazionali sulla genitorialità.
La prima è che io me lo sono potuto permettere. Lavoro in proprio, il calendario lo decido io, non devo chiedere a nessuno il permesso di sparire alle cinque. Questa situazione non me l’ha regalata mia figlia ovviamente, me l’ero costruita negli anni prima, con un bel po’ di sacrifici e se fosse arrivata tre anni prima questa newsletter avrebbe un tono molto diverso o non l’avrei scritta proprio.
È un privilegio. In parte me lo sono costruito, ma resta un privilegio, e se sei dipendente in un posto dove la disponibilità serale è la metrica principale, questa roba non te la puoi applicare così com’è.
Sarei un cretino a dirti il contrario.
La seconda è che non so quanto di tutto questo sia merito di mia figlia.
Aspè mi spiego meglio: nello stesso periodo son cresciuto di qualche anno, ho fatto una quantità imbarazzante di errori con i clienti e ho imparato cose che nel 2020 non avrei nemmeno capito. Le due storie si sono sovrapposte e non le so separare. Magari ci sarei arrivato lo stesso tre anni più tardi e con meno pannolini di mezzo.
Ricapitolando
Quel “e adesso come fai?” di due anni fa aveva dentro un’idea di lavoro precisa: che il valore che porti sia una funzione di quante ore riesci a essere disponibile. Con quella metrica lì avevano ragione loro e io avrei perso miseramente.
Il fatto è che nel frattempo ho smesso di usare quella metrica, perché una bambina che non ti restituisce nessun risultato immediato ti costringe a trovarne un’altra, e spesso poi quella “metodologia” te la porti anche in ufficio.
Se ti è successo, o ti sta per succedere, la domanda che ti faccio è questa: è cambiato il tuo calendario o è cambiato il modo in cui decidi?
Perché della prima parlano tutti, della seconda quasi nessuno.
Senza filtri,
Chri



